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invisibili

Le storie degli invisibili

Tre romanzi per raccontare le storie degli invisibili.
È un mondo sconosciuto che ti cade addosso quando ascolti le loro storie; le loro vite ti si rovesciano addosso.

Due scrittrici, una tedesca, l’altra italiana, si trovano a usare le stesse parole per dire ciò che accade quando l’incontro con l’altro – i “profughi”, i “rifugiati”, i “richiedenti asilo” –   avviene davvero, quando lo sguardo di ciascuno di loro ci raggiunge e  restituisce a noi stessi la capacità di vedere, uno sguardo libero dallo stereotipo che ce li fa sembrare tutti uguali e ci impedisce di andare oltre la compassione rassegnata che possono ispirarci. Ma l’identità insopprimibilmente singolare di ognuno sta nella sua storia, e dunque è il farsela raccontare, e il raccontarla a nostra volta, che realizza davvero l’incontro.
È in questo modo che nascono i due romanzi di Jenny Erpenbeck e di Melania Mazzucco, dimostrazione viva – al di là di ogni dissertazione su fiction e non-fiction, sulla buona o la cattiva salute del romanzo – del ruolo essenziale che la narrazione può assumere perché il confronto con l’altro si faccia relazione. Perché diventi possibile uscire dallo stato di negazione che ostacola la nostra consapevolezza della portata storica di un cambiamento che ci riguarda tutti. 
Uno stato di negazione che non risparmia neanche le donne dell’Est che vivono fra noi e assistono i nostri vecchi: sappiamo molte cose di loro, eppure occorrono libri come quello di Antonio Manzini per colmare la distanza che ci separa. 

Jenny Erpenbeck, Voci del verbo andare, Sellerio 2016 (pp. 350, euro 16)

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Diventiamo visibili, hanno scritto su un cartello i rifugiati che da mesi sono accampati in Oranienplatz, a Berlino. Africani, fuggiti dalla Libia. Approdati, quelli che non sono annegati, a Lampedusa, e ora qui, a cercare un lavoro, e un posto dove passare l’inverno ormai alle porte.
Lui, Richard, professore di filologia classica da poco in pensione, passa di lì ma non ci bada, non lo vede il cartello. Solo guardando il telegiornale della sera si rende conto della loro esistenza.
E senza dirselo, senza cercare argomenti, senza chiedersi a quale comitato di aiuto ai migranti partecipare, comprende che è questo a fare davvero la differenza: vederli. Riuscire a vederli, a capire che ognuno di loro ha una storia, è il prodotto della storia che si porta dietro e da cui vengono i suoi bisogni e le sue aspettative. Né più né meno come accade a ciascuno di noi. 
Richard ha i suoi problemi, ovviamente. Come tutti. Deve fare i conti con quel che comporta uscire di scena, pensare che nel suo ufficio in università, al tavolo dove ha lavorato decenni, adesso siede un altro. Vedovo da cinque anni, regola le sue giornate attorno a gesti precisi, sensati.  Ha molto tempo, adesso che non lavora, ma “il tempo ora è tutto un altro genere di tempo”, ed è proprio a partire dalla sua condizione che fa una scoperta: “parlare di ciò che il tempo è veramente, lui riuscirebbe farlo, forse meglio che con chiunque altro, con coloro che sono caduti fuori dal tempo”. E allora si prepara, studia la geografia e la storia dell’Africa: vuol sapere qual era la vita di Awad, di Rufu, di Osarobo, di Khalil e di tanti altri prima che fossero costretti a lasciare i luoghi dov’erano nati, prima che le loro storie diventassero l’elemento su cui le autorità operano la selezione fra chi può restare e chi – in base agli accordi di Dublino – deve essere rimandato in Italia, perché lì è sbarcato.
Va da loro, nella scuola dove sono stati spostati dopo lo sgombero di Oranienplatz, ne ospita qualcuno nella propria casa, collabora ai corsi nei quali gli si insegna il tedesco (andare, andai, andato: è quello il verbo che imparano per primo a coniugare).
E li ascolta, soprattutto, non arretrando davanti allo sconcerto in cui sprofondi “quando ti cade addosso un intero mondo che non conosci”. Ma “quando – non esita a chiedersi, lucidamente – uno come lui, che nutriva grandi speranze per l’umanità, è diventato quello che fa l’elemosina? (…) Ha perduto così radicalmente la speranza?” Eppure non si ferma, Richard, non sta a rimuginare su quel che è accaduto dopo la caduta del Muro che divideva la sua città, non elabora teorie: si lascia semplicemente attraversare dalle singole vicende di cui non s’era accorto,  che aveva pensato di poter ignorare. Che ora ha imparato a conoscere e dalle quali impara: che è “un equivoco assurdo (quello) che spacca in due l’umanità”, “un fronte finto, che ne nasconde un altro, quello che esiste nella realtà”, e porta la polizia a sorvegliare minacciosamente la protesta dei rifugiati che non vogliono essere dispersi in centri d’accoglienza lontani anziché a schierarsi davanti a una banca per portarne fuori “i manager colpevoli di malversazione per somme miliardarie”. 
E’ la festa di compleanno di Richard a occupare le ultime pagine: non l’aveva più festeggiato da quando era morta sua moglie e ora ci sono loro, i rifugiati che ha conosciuto. Ma non è un lieto fine: Richard non ha trovato il modo di superare l’incertezza che lo pervade, di colmare le domande che il suo passato gli pone, il timore che il futuro gli ispira. Non ha trovato rimedio alla propria fragilità, a una precarietà che scopre ineliminabile. La sa riconoscere però, e in quella individuare il tratto che lo accomuna agli altri, anche a quelli che hanno perso tutto: “credo di aver compreso che quanto riesco a sostenere è solo la superficie di tutto quanto non riesco a sostenere”. 
“Come in mare? domanda Khalil.” 
“Sì, in linea di principio, proprio come in mare.”  

Melania Mazzucco, Io sono con te. Storia di Brigitte, Einaudi 2016 (pp. 259, euro 17,50)

ritratto Mazzuccocopertina mazzucco

“Siete come la sabbia del mare. Non finite più”, dice sconsolato il poliziotto che deve identificarli. E si vergogna, il volontario incaricato del primo colloquio con loro, di dover ammettere che nei primi tempi non riusciva a “memorizzare un solo viso. Gli africani gli sembravano tutti uguali”. Gli ci è voluto del tempo per rendersi conto che “sono diversi fra loro quanto uno scandinavo da un greco, un irlandese da uno slavo”.
Lei stessa, Melania, ha certamente incrociato l’esule dal Congo che si trascina spaesata, affamata, nel caos  della stazione Termini, ma non l’ha vista, “non (ha fatto) caso a lei”. Eppure sarà proprio questa donna, Brigitte, la protagonista della sua storia, di una storia che alla fine apparterrà ad entrambe. Perché lei, la scrittrice, sa fin dall’inizio che non sta semplicemente raccogliendo un resoconto cui dovrà dar forma, ma sta facendo altro, e di più: “Non ho registratore, né videocamera. Del resto non sto facendo un’intervista. Ci conosciamo solo da pochi mesi. Non voglio intimidirla o indurla ad assumere una parte. E’ ciò che ha fatto, istintivamente, la prima volta che l’ho incontrata. Ancora non so se riuscirò mai a scrivere la sua storia. Ma sono sicura che, se potrò farlo, sarà solo perché lei sarà stata se stessa con me, e anch’io con lei. Allora io potrò essere anche lei e riuscirò a trovare le parole.”
Solo nelle ultime pagine veniamo a sapere delle circostanze che hanno portato le due donne a parlare fra loro per ore, la prima a raccontare alla seconda le atrocità che l’hanno portata, dalla clinica che aveva messo in piedi e dirigeva nel suo paese, al degrado e alle insidie dei marciapiedi di Roma. E la reciprocità della relazione traspare nella struttura narrativa, nello scambio della voce narrante, nell’alternarsi del punto di vista, nell’intreccio di racconto in presa diretta e di flash back che portano sulla pagina episodi allucinanti. 
Del resto, ancora mentre è alle prese con la scrittura, è ben chiaro il proposito dell’autrice: il suo libro “non sarà una raccolta di storie. Sarà la storia di un rifugiato solo, perché nessuno è un numero, ma una persona, unica, irripetibile.” Un modo diverso, rispetto alla Erpenbeck, di declinare una convinzione comune: “Conoscerli – e fare in modo che loro conoscano noi – è necessario. Il futuro si costruisce adesso. (…) La dobbiamo scrivere la loro storia, che ormai è anche la nostra. Non soltanto per loro, ma per noi. Mi pare diventato necessario.” 

Antonio Manzini, Orfani bianchi, Chiarelettere (pp. 243, euro 16)

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Non sono arrivate di notte, su un barcone attraverso il Mediterraneo, o nascoste fra il carico di un camion. Non hanno alle spalle storie inimmaginabili, tanto da non poterle raccontare. Non appartengono alla folla di migranti che troviamo nelle pagine di altri libri, come quelli di Erpenbeck e di Mazzucco. 
Vivono nelle nostre case, ne conosciamo il nome e non ne confondiamo la fisionomia. Di loro sappiamo molto. Perché raccontano di sé, molto spesso: della casa che là possiedono ancora, del lavoro che là facevano, dei vecchi genitori e del resto della famiglia, del marito (se c’è), ma soprattutto di figli che hanno dovuto lasciare. Là: in Ucraina, in Bielorussia, in Moldavia… Le loro non sono storie di invisibili.
Eppure. Eppure occorrono libri come questo per vederle davvero, per accostarsi alla storia di una di loro nella sua umana concretezza.  Perché “qui in Italia ognuno vive per i fatti suoi”, deve constatare Mirta, badante moldava assunta in una casa di ricchi, a servire Olivia, una vecchia signora che la paralisi ha reso sprezzante, cattiva. 
“Hanno tutto – qui in Italia – ma sorridono poco e non gli viene da essere felici. Per questo la signora Olivia mi fa una tenerezza enorme. La lasciano qui, con me, un’estranea che viene da lontano. E quando se ne andrà, forse avrà solo i miei occhi accanto. Quelli di una sconosciuta che le sta vicino solo per il mensile.” Ma questa vicinanza si rivela un corpo a corpo crudele, quella tenerezza è annientata dall’arroganza sadica dell’assistita. 
Eppure un filo di comprensione prende a scorrere fra le due donne. E’ la signora a dirlo: “io e te siamo uguali, Mirta”. Nella disperazione. Anche se una ha fatto una bella vita e l’altra la stringe coi denti: “nella disperazione non c’è una scala di valori”.  La ricca signora vuole morire, la badante vive solo per Ilie,  il figlio che ha dovuto lasciare in un “internat”, insieme a tanti altri orfani bianchi, come li chiamano là. Ma la speranza di farlo venire in Italia, quel ragazzo, è più forte delle umiliazioni e delle offese che ogni giorno, in quella casa, negli uffici, per la strada, è costretta a subire. Ce la farà, glielo assicura anche un connazionale che la vuole sposare, e far da padre a Ilie. 
Il lieto fine si profila. Ma ancor prima di essere giunti alle ultime pagine, non sappiamo crederci, sentiamo che non potrà finire bene, questa storia…
  

Brescia, 19 febbraio 2017
Carlo Simoni
www.secondorizzonte.it