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lewis imgPhillip Lewis, La montagna del padre, Bompiani 2018 (pp. 384, euro 19)

Una passione divorante di scrivere, in una famiglia in cui si pensa che non è quello il modo per guadagnarsi da vivere, in una cittadina in cui il pastore e i suoi parrocchiani bruciano i romanzi di Faulkner.

Eppure scrivere, di sé, della propria famiglia, cercando l’approvazione della madre, morta la quale scrivere non ha più senso. E’ la depressione, l’alcoolismo: lo spettacolo di “un’esistenza mancata offerto alla moglie e ai due figli soprattutto. Henry – lo stesso nome del padre – e la minore, Threnody, che ricevono dal genitore un’eredità fatta di centinaia di libri, che amano e leggono insieme, ma anche un sentimento angoscioso della caducità: “guardi all’indietro – scriveva il padre – e ti rendi conto all’istante di tutto quello che hai perso e non è altro che tempo e il tempo è vita. Ci sono ancora dei giorni che ti aspettano. Ti riprometti di fare un miglior uso di quelli che restano. E’ una bugia.”

Il racconto non segue linearmente lo scorrere del tempo: anche dopo che ha abbandonato la lugubre casa sulla montagna fuori dall’abitato, l’immagine del padre si ripresenta, le sue parole continuano a risuonare. Il tempo fugge e “ti ruba l’anima”, ma non impedisce al passato che si è vissuto di non passare più: la volontà di Henry di riscattarsi e vivere la propria vita, lontano, con la donna che ha incontrato, è l’altra faccia del lancinante senso di abbandono in cui la sorella passa dall’infanzia alla giovinezza. Torna, il protagonista, a rassicurare Threnody con la sua presenza, con le sue promesse di portarla via, dove vuole. Non fosse che lei – lo  riconosce – non ha mai saputo dove andare. Rimettere in sesto quella casa maledetta piena di ricordi brucianti allora, e poi venderla, ossia: far ordine nel passato familiare, e poi disfarsene. Henry ci prova, e non sappiamo se ci riuscirà.

Non sappiamo se il suo destino sarà lo stesso di alcuni che “vivono la loro vita morendo poco a poco, a volte così piano che quasi nessuno se ne accorge a parte loro”, o se invece sarà fra coloro che “cadono in quell’oscurità impossibile che è la morte senza neanche il beneficio di una fioritura”. In ogni caso – e sono le parole che chiudono il romanzo – “tutti viviamo le nostre vite come se fossimo sicuri del domani”. Tutti eccetto lui, il padre del protagonista, autore, se non di libri fortunati, delle parole che ha voluto sulla propria tomba: “Straniero a questo mondo, il tempo non se ne accorse. Non omnis moriar.”

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Brescia, 4 giugno 2018
Carlo Simoni
www.secondorizzonte.it