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tondi.incontri18 giugno-18 dicembre 2015: a sei mesi dalla promulgazione dell'Enciclica Laudato si' sembra possibile tracciare un bilancio dell'ampio dibattito che l'analisi e la riflessione di Papa Francesco hanno suscitato e continuano a sollecitare. La nuova libreria Rinascita propone un dibattito con Giacomo Canobbio (teologo, delegato vescovile per la pastorale della cultura e Direttore dell'Accademia Cattolica di Brescia), Carmine Trecroci (economista, Università degli Studi di Brescia), Marco Frusca, (architetto e urbanista, scrittore), coordinato da Carlo Simoni.

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L'Enciclica stessa sottolinea la continuità con le posizioni espresse dai pontefici che hanno preceduto l'attuale: già Paolo VI, pur pronunciandosi entro un contesto ancora dominato da prospettive di sviluppo, richiamava nel 1970 la possibilità di una vera catastrofe ecologica e quindi l'urgenza e la necessità di un mutamento radicale nella condotta dell'umanità, mentre Giovanni Paolo II, tre decenni più tardi, invitava ad una conversione ecologica globale e Benedetto XVI, meno di dieci anni fa, ricordava che il degrado della natura è strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana.
Non è d'altra parte neanche nella trattazione dei diversi aspetti della crisi ambientale che sembra opportuno cercare dati inediti, essendo dichiaratamente, il metodo seguito, quello di assumere i migliori frutti della ricerca scientifica.
In altri aspetti - è stato da più parti notato -  vanno dunque cercati i tratti di novità che contraddistinguono il discorso, a partire dal riconoscimento che l'ambiente umano e l'ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale.
Di qui il richiamo inequivocabile alla grave responsabilità della politica internazionale e locale, una politica soggetta all'economia, a sua volta alleata di una tecnologia legata alla finanza. Il risultato è la sottovalutazione o l'indifferenza verso tutto ciò che esula dagli interessi immediati di un mercato divinizzato.
E proprio l'estrema criticità del quadro tracciato che permette tuttavia, e impone anzi, di intravvedere l'unica via possibile in una conversione radicale e diffusa a un'ecologia integrale, capace di riconoscere che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia, dalla solidarietà con le generazioni future.
Contro il montante egoismo collettivo occorre essere consapevoli - si afferma mettendo a fuoco uno dei nodi di fondo - che la crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, di quella condizione che si distingue per il fatto di disporre di troppi mezzi per scarsi e rachitici fini.
Coerentemente con l'intenzione di rivolgersi a ogni persona che abita questo pianeta, il discorso allarga dunque il proprio orizzonte, ribadendo come appaiano inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l'impegno nella società e la pace interiore e precisando che nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio, perché è un bene per l'umanità e per il mondo che noi credenti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni.
Se una tale conversione non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell'esperienza cristiana, a tutti la situazione richiede comunque di fare quel salto verso il Mistero, da cui un'etica ecologica trae il suo sentire più profondo e, soprattutto, di guadagnare attraverso un diverso stile di vita una maggiore profondità esistenziale, tale da permettere di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo.
L'ampiezza del discorso si sa per altro coniugare con riferimenti puntuali e pregnanti, sia alla sfera delle relazioni sociali che a quella delle reali condizioni in cui la maggioranza degli uomini vivono: l'ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l'umanità e responsabilità di tutti.
Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti, e la realtà urbana è uno dei segni che mostrano come la crescita degli ultimi due secoli non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale e un miglioramento della qualità della vita, mentre quel che è avvenuto è una silenziosa rottura dei legami di integrazione e di comunione sociale: se l'architettura riflette lo spirito di un'epoca, le megastrutture e le case in serie esprimono lo spirito della tecnica globalizzata, in cui la permanente novità dei prodotti si unisce a una pesante noia.
Non solo il teologo quindi, ma anche l'economista e l'architetto, l'ambientalista e l'urbanista sono chiamati a misurarsi con il discorso di papa Francesco, e noi tutti, al di là della sfera delle nostre competenze e delle nostre propensioni, a non rifuggire dal confrontarci. Questo il messaggio ineludibile che in conclusione l'Enciclica ci consegna  con la convinzione che non tutto sia perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all'estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, infrangere la coscienza isolata e l'autoreferenzialità portando alla luce la radice che rende possibile ogni cura per gli altri e per l'ambiente, quell'amore sociale che ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società.